La mia filosofia

 


L’immagine grezza del cervo che, sentito lo scatto, si gira a guardare. 2,5 secondi di esposizione, si intravede il ghost della posizione iniziale, la successiva foto post-prodotta è in galleria. Entrambe false, perché all’occhio umano era molto più buio di ciò che si vede qui.

Diciamocela tutta, di foto ne abbiamo fin troppe; pochissimi consulteranno questo sito con l’attenzione che vorrei. A furia di vedere immagini sui social ottenute in qualsiasi modo l’assuefazione di un pubblico poco critico è ormai irreversibile e nella fotografia naturalistica i margini di originalità sono molto limitati.
E le foto qui presenti non fanno eccezione.
Cerco però di ottenerle senza sotterfugi. All’inizio, da autodidatta, per alcune specie ornitiche usavo i richiami. C’è qualche foto fatta con il loro utilizzo. Poi però mi sono accorto che, sebbene non li utilizzassi in periodi delicati come quello di accoppiamento e nidificazione, gli uccelli reagivano in modo non naturale, erano nervosi, a volte addirittura scappavano. Per cui ho abbandonato il metodo e non lo consiglio, capita di usarlo per verificare la presenza di una specie peraltro con scarsi risultati, tipo la civetta nana o il francolino di monte in zone dove non è ancora censita, ma mi è venuto a noia; è innaturale.

Non scatto da capanno, non perché non sia etico, ma perché preferisco muovermi. Caccia vagante la chiamerebbe qualcuno…Magari un giorno mi stancherò e rivaluterò quel tipo di fotografia. Penso non sia etico attirare animali selvatici con cibo o attrattivi odorosi in natura per fotografarli, salvo solo la mangiatoia esclusivamente invernale, periodicamente sanificata e con cibo adatto in giardino, ma non vedrete foto fatte lì in questo sito, mentre altrove di foto ottenute da foraggiamento ne girano tante e con tanto consenso di pubblico.
Soprattutto rispetto la privacy dell’animale; non corro sui social a dire agli amici fotografi dove ho visto un esemplare della tal specie, soprattutto se cacciabile o sensibile; le voci corrono… Nemmeno lo chiedo. E sulla pagina facebook personale metto foto di uccelli difficilmente collocabili in una zona precisa, nessuna di ungulati cacciabili e gli scatti che ritengo migliori sono riservati a questo sito. Ognuno deve scoprire la Natura per conto suo e decine di fotografi in un luogo per fotografare lo stesso animale ottenendo foto identiche per me non è etico. Se qualcuno mi dice che nel tal posto preciso c’è il tal animale non mi interessa, l’incontro è una questione privata, dettata dalla fortuna, dal destino o a volte dalla capacità, ma non certo dal pettegolezzo… Non gioco a Pokemon Go con la fauna e la domanda “Dove?” è la più indiscreta che potete rivolgermi, non fatela…
Anche certi fenomeni naturali, come il bramito del cervo, per me non devono avere posto sui social; si crea una domanda di partecipazione che porta alla lunga a disturbare gli animali.
Segnalo gli uccelli su piattaforme dedicate alla ricerca, ma anche per il birdwatching non amo la pratica di accedere in massa in un luogo solo per aggiungere una specie alla propria lista.

Cerco di ritrarre gli animali nel loro habitat, senza manufatti umani sullo sfondo e senza l’interazione tra soggetto e fotografo. A mio modo di vedere gli sguardi in camera indicano che l’animale è stato disturbato, che si è accorto prima lui di noi e l’obiettivo principale per me invece è evitare di manifestarsi a loro: ci vuole poco a stare fermi e tranquilli ed aspettare che l’animale che ci ha visto si abitui alla presenza e torni ad alimentarsi. E questo avviene se l’avvicinamento è stato cauto e l’animale non si sente minacciato.
Con il cervo in primo piano è successo il contrario; era sul sentiero che bramiva al buio e non è stato facile infilarsi sotto al telo mimetico, montare la reflex con scatto remoto sul cavalletto e scattare alle prime luci, poi si è alzato e allontanato tranquillo, senza essere stressato. Anche con la volpe nella neve, ero accovacciato su una strada forestale e lei mi venne incontro non accorgendosi di me fino all’ultimo.
Negli incontri con il lupo le foto che considero migliori sono quelle in cui l’animale non mi ha visto, sebbene sia ritratto più distante. Gli uccelli vedono sempre per primi, ma hanno un paio di vantaggi indiscutibili e lì spesso lo sguardo in camera è quasi scontato…
A questo proposito ammetto di aver fatto un esperimento anni fa, con un collo di pelliccia sintetica che opportunamente lanciato in una radura innevata, ha portato le poiane che mi sorvolavano a litigarsi l’ipotetica preda, foto in galleria…

Non sempre riesco ad ottenere quello che voglio; ma camminando sui sentieri penso ci sia già un rapporto se non paritario almeno etico; lascio lo spazio di fuga e non vado a insidiare i luoghi dove gli animali vivono e si riproducono. La camminata è più importante delle foto che si ottengono, sia a livello fisico che mentale, una meditazione in movimento.
E’ capitato per caso, ancora con i lupi, di finire in un rendez-vous, “incautamente” piazzato su un sentiero. Poco frequentato ma comunque un sentiero che avevo percorso pochi giorni prima, ma aver rivisto lo stesso branco dopo pochi mesi testimonia che nessun danno è stato fatto.
Condivido i dati e i reperti che raccolgo durante le mie uscite sulla presenza di grandi carnivori o rapaci oggetto di monitoraggio.

Capita anche di fotografare dall’auto, gli animali non la vedono come minaccia e restano tranquilli. Penso però si debba fare una riflessione nel mondo della fotografia sull’impatto che ha la passione fotografica sull’emissione di CO2. Non faccio viaggi lunghi per fare foto, ho la fortuna di avere un parco nazionale a 120km di distanza ma lo frequento, poco, solo quando dalle altre parti è aperta la caccia. Cerco di conoscere al meglio il territorio in cui vivo e di valutare se vale la pena fare kilometri per ripetere le stesse esperienze senza aggiungere nulla di nuovo, il tempo speso in auto è tutto tempo che potrebbe essere invece dedicato a un sentiero più vicino. Come insegna Gary Snyder la natura è ovunque, anche nel mondo civilizzato, cercarla è una sfida con se stessi.

Per il birdwatching, ma anche per la fotografia, le restrizioni dovute alla pandemia Covid19 sono state un’opportunità; ho sfruttato le uscite nel mio comune, che fortunatamente va da 400 a 2400m scoprendo sentieri prima trascurati e quando il lockdown era più incisivo ho osservato da casa specie che mai mi sarei immaginato di vedere in città.

Per quanto riguarda la post-produzione cerco di seguire le linee dettate dai regolamenti dei migliori concorsi di fotografia naturalistica, anche se per ora raramente partecipo, penso di non avere il livello necessario ad aggiungere qualcosa di nuovo e riconosco spesso la bravura di chi vince.
Il ritaglio delle immagini per rendere il soggetto in una posizione esteticamente migliore se non è stato possibile in fase di scatto lo attuo ma con moderazione, l’idea di fondo è di ottenere stampe di qualità dal 30x20cm in sù.
In un paio di casi mi è capitato di ottenere foto esteticamente meritevoli di aquila reale, ma con una piccola parte delle remiganti fuori fotogramma o il soggetto totalmente a un estremo di esso; ho corretto in post-produzione, ma ovviamente questo genere di foto non rispetta l’etica dei concorsi e non le reputo tra le migliori, proprio per quel vizio di forma.
Non credo a chi dice di non fare post-produzione, è necessaria; il mondo della luce è un’interpretazione, il colore una sensazione e lavorando come stampatore tipografico ho approfondito un po’ la teoria del colore. Le macchine fotografiche digitali forniscono un’immagine latente che deve essere sviluppata, a meno di non delegare tutto a un file .jpg. E’ un universo da esplorare e i software di post-produzione come Photoshop o Lightroom se usati eticamente non fanno che migliorare lo scatto. Di certo non amo l’accozzaglia ipersaturata e innaturale che molti usano per attirare l’attenzione; il pubblico purtroppo ignora per vari motivi sia la tecnica che i sotterfugi e si lascia incantare da ciò che vede, ma esistono dei colori noti, del cielo, del terreno, del pelo animale, dell’erba e degli alberi, cioè definiti dalla percezione comune e numericamente codificati. Saper leggere una fotografia, avere una cultura naturalistica renderebbe migliore anche il mondo della fotografia isolando quelli che fanno i furbi e danneggiano la fauna o la flora con comportamenti sbagliati. Ci sono i corsi che insegnano a leggere l’immagine, e credetemi, per ottenere alcuni scatti gli animali vengono maltrattati (ad esempio il cibo non adatto è maltrattamento), ma nell’immagine finale tutto questo non si vede se non si hanno le conoscenze per vedere.

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Eheh, se vuoi scaricare la foto chiedi al webmaster, oppure prova con uno screenshot ;-) Ma il copyright c'è comunque!