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03Nov

ITALIA SELVATICA

Ottimo libro di Daniele Zovi – Edizioni UTET, panoramica necessaria e pratica sulla presenza e diffusione di specie simbolo per la fauna selvatica italiana. Molte le citazioni e le collaborazioni, senza invidie o esclusive ma forte di un’esperienza sul campo come membro e dirigente del Corpo Forestale dello Stato, l’autore descrive in ogni capitolo, dedicato a un animale diverso, le peculiarità della specie, le difficoltà che incontra, la sua diffusione. Fa chiarezza sui grandi carnivori e sulla loro capacità di regolatori della fauna, non mancano i cenni storici e le citazioni, oltre alle leggende e agli utilizzi impropri di parti di animale per scacciare il malocchio o malattie di ogni tipo. Fa capire quindi che quello che fanno i cinesi oggi con la medicina “tradizionale”, è stato fatto anche in Italia pochi secoli fa.

09Ott

La Bellezza

di Davide Rufino – Zoologo Naturalista

Mentre il mondo intorno a noi cerca continuamente di omologare il nostro pensiero e inculcare nelle nostre menti cosa è bello e cosa non lo è, mentre questa sedicente società lava senza sosta i cervelli riempiendoli di nulla, focalizzando l’attenzione sulle frivolezze, sull’apparenza, sui falsi valori, sui falsi modelli, sul denaro, sul potere, sul dominio, la bellezza vera svanisce. Messa in un angolo, a volte considerata un intralcio, una noia, un qualcosa di noioso, banale, una perdita di tempo di cui si può fare volentieri a meno.

Se questo è il sistema, allora non mi appartiene. E io non appartengo ad esso.
Se mi dovessero chiedere una definizione di “bellezza”, una cascata di pensieri di affolerebbero la mia mente. Sono sincero, faticherei a esprimere in poche parole le mie sensazioni.
La bellezza è tutta intorno a noi. Con un po’ di occhio la possiamo vedere ogni giorno. La bellezza non è palazzi sontuosi, auto di lusso, un vestito firmato, un bel conto in banca, le feste mondane.

Bellezza è sentire la vita, vedere l’erba crescere o un fiore sbocciare. Meravigliarsi ogni giorno per la quantità di esseri viventi che brulicano intorno a noi.
Bellezza è un bosco fitto. Faggi, pioppi, frassini, e poi pini, abeti, larici. Le foglie, il legno, la terra, i funghi, la nebbia, l’odore di umidità. Colori che cambiano a seconda della stagione. Prati fioriti, fronde che prendono il colore del fuoco, una coperta di neve che mette tutto a riposo. Giornate soleggiate, cielo azzurro e limpido, ma anche giornate nebbiose, silenziose, umide, ovattate.
Bellezza è riposare in un bosco, meditare, riflettere in silenzio, osservare, sentirsi protetti dalle fronde degli alberi secolari.
Bellezza è una cascata, un arcobaleno, le nuvole, il vento, un temporale, pioggia, fulmini, tuoni. Bellezza sono le onde del mare che si infrangono sugli scogli, l’odore del sale.
Ma soprattutto, bellezza sono gli animali, la diversità e la complessità delle forme di vita che popolano la Terra. I nostri compagni di viaggio.
Bellezza è una fila di formiche affaccendate, un’ape che si infila in un fiore e ne esce impolverata di polline.
Bellezza è un ragno che costruisce una ragnatela, che tesse fili di seta bagnati di rugiada guidato da un misterioso istinto, che sa esattamente e perfettamente cosa deve fare.
Bellezza è un bruco che si chiude in un bozzolo e ne esce trasformato, un girino che pian piano si tramuta in un essere diverso, che esce dall’acqua e inizia a saltare.
Bellezza sono gli uccelli con le loro forme, i loro canti e i loro colori. Rondini che fanno acrobazie su un prato, sfiorando l’erba col loro volo radente, che si inseguono e cambiano direzione all’improvviso. Anatroccoli che seguono la mamma in fila indiana. Mamme uccello che non si fermano un attimo e tornano appena possono al nido, dai loro piccoli, che spalancano il becco per chiedere un bocconcino. Gufi che volano silenziosi nella notte, barbagianni che galleggiano come fantasmi al chiaro di luna. Grandi rapaci che solcano le correnti, colibrì che si librano tra i fiori. Esseri che pesano pochi grammi ma che macinano migliaia di chilometri nei loro viaggi annuali verso la vita.
Bellezza è uno scoiattolo che si muove silenzioso e agile fra le fronde, che si ferma e ti guarda coi suoi occhi vivaci e guardinghi, con quei piccoli ciuffi sulle orecchie che gli danno un aspetto da folletto dispettoso.
Bellezza è una mamma coi suoi piccoli, sia essa leonessa, lupa, volpe, orsa, cerva, elefantessa. Bellezza è come se ne prende cura, come li lecca, li allatta, li protegge.
Bellezza è lo sguardo profondo e inquisitore di un gorilla, bellezza sono gli occhi delle balene, saggi giganti dell’oceano, bellezza è come cantano, come si muovono, cosa sanno che noi ignoriamo.
Bellezza sono squali e mante, angeli che nuotano nel blu.
Bellezza è l’immensità del mare, dei fondali, delle scogliere, degli abissi. Bellezza sono le forme e i colori delle barriere coralline, il nuoto ipnotizzante di una medusa, un delfino che salta fuori dall’acqua solo per dire “eccomi, mondo!”
Bellezza sono le grandi foreste vergini ancora inesplorate, o le grandi foreste fredde boreali.
Bellezza è tutto ciò che non sappiamo e che non abbiamo ancora scoperto.
Bellezza è questa nostra Terra, la casa più bella che il creato poteva darci.

E devo smentire chi sostiene che le cose più belle e più preziose si pagano. Amici miei, tutto questo splendore è gratis. Basta solo aprire gli occhi, imparare a vedere col cuore, riavvicinarci a quello che eravamo e che adesso non siamo più.
Invece abbiamo preferito costruirci una gabbia di cemento, di petrolio, di freddi ingranaggi. Ritenendo di doverci isolare dalla vita vera, creandoci dei falsi idoli in nome dei quali distruggere tutto. Ogni albero bruciato, ogni barriera corallina polverizzata, ogni creatura innocente massacrata, è una coltellata dritta all’anima dei pochi che sanno ancora cogliere cosa è bello, cosa è giusto.
Abbiamo ormai dimenticato il tocco dell’erba, abbiamo scordato cosa significa passare la mano su un prato, accarezzare la corteccia di un albero, sentire il muschio sotto ai polpastrelli, fissare la luna e le stelle.
Troppo fumo, troppa luce, troppo veleno in questa gabbia.
Triste vita quella di chi non riesce a scorgere questi portenti. E a tutti coloro dico “aprite gli occhi prima di andarvene”.

Dedico queste righe a chi, come me, percepisce la vera bellezza e un legame profondo con la vita.
C’è del buono in questo mondo, vale la pena lottare per questo. Direi che è la più nobile di tutte le battaglie.
Non arrendiamoci.

28Set

Canis major

Sveglia molto presto, arrivo al punto di partenza prima dei cacciatori. Lascio l’auto al limite oltre il quale l’accesso è riservato ai possessori di baite o ai malgari. I cacciatori passano con i loro 4×4, affittano le baite spesso per finta solo per avere mano libera.
Salgo la strada poderale con lampada frontale con luce rossa, meno visibile sia dagli umani che dagli animali, una salamandra mi osserva e io la evito. Arrivato fuori dal bosco spengo, conosco il pendio e mi godo la luce delle stelle. Orione è apparso, il cacciatore messo in cielo da Artemide. Ai suoi piedi Sirio – Canis major.
Sono certo che nessun cacciatore abbia visto il “collega” nel cielo di sud-est. Lui cacciava con arco e frecce, loro con ottiche e fucili che permettono tiri di chilometri. Ora mi volto e vedo che i pendii dove la caccia è aperta sono solcati dai fari in cerca di animali. La legge lo vieta, ma è un dettaglio. Usano addirittura gli abbaglianti del 4×4; per cosa poi lo sanno solo loro, manca ancora un’ora e mezza all’alba e spaventare gli animali ha poco senso; ma la loro è una gara, devono battere più forte il pugno sul tavolo al bar…
Li lascio alle spalle, sperando che non osino arrivare nella mia zona, caccia vietata.

Sento il primo bramito ma non individuo la provenienza, potrebbe essere a 50 metri come a 500, il vento porta i rumori e per fortuna ce l’ho in faccia. Monto la reflex sul cavalletto e proseguo. Negli ultimi anni i cervi si sono spostati sempre più a nord, ma in un posto buono, alla prima luce, sento che il padrone di casa è attivo. Quando si fa più chiaro vedo che ha con se cinque femmine e un piccolo, dopo poco tre scappano e lui le lascia fare. Sono distanti e non mi vedono, alle mie spalle invece fischia un camoscio, si allontana senza fretta.

Incontro altri camosci, tante femmine con i capretti dell’anno, segno che i lupi non fanno poi tanto danno in queste montagne poco scoscese…
Finalmente sento dei bramiti intensi e ripetuti, i cervi cercano le zone più tranquille per il loro periodo degli amori. E’ difficile individuarli per la distanza, ne vedo due affiancati, tra poco si daranno di corna e il più debole scapperà.

Non scendo, mi spiacerebbe disturbarli per una foto, ormai sul web si vede di tutto, gente che per soddisfare il suo pubblico fotografa animali in fuga e spaventati, l’egoismo trionfa.
Per questo non pubblicherò le foto per qualche mese, i cacciatori non si fanno problemi se vedono un bel trofeo a cercare il proprietario, anche se è in zona dove la caccia non è permessa. Le foto di animali sensibili devono invecchiare come il vino.

14Gen

Poesia e primitivo. Note sulla poesia come tecnica di sopravvivenza ecologica (1967) – Gary Snyder

Simmetria bilaterale.

“Poesia” come uso addestrato e ispirato della voce per incarnare rari e potenti stati della mente che sono, quanto a origine immediata, personali al cantore, ma a livelli profondi comuni a chiunque ascolti.

“Primitivo” come insieme di società che sono rimaste prive di sistema politico e di scrittura, allo stesso tempo sperimentando e sviluppandosi in direzioni che le società civilizzate hanno tendenzialmente ignorato. Avendo meno attrezzi, nessuna preoccupazione per la storia, una tradizione orale vivente anziché un sapere accumulato nelle biblioteche, nessun traguardo sociale da ambire, una considerevole libertà di vita sessuale e interiore, queste società vivono essenzialmente nel presente. La loro realtà quotidiana è fatta di un tessuto di amicizie e parentele, di quel campo di energia e di sensazioni che è il corpo, della terra su cui posano i piedi e del vento che la accarezza: e di molteplici aree di consapevolezza.

A questo punto si potrebbe essere tentati di affermare che la vita reale dei primitivi non è diversa da quella di chiunque altro. Non credo che sia così. Vivere nel “presente mitologico” in stretto rapporto con la natura, sperimentando stati corporeo-mentali elementari ma disciplinati, presuppone un’immaginazione più versatile ed una più precisa conoscenza soggettiva delle proprie caratteristiche fisiche di quanto non sia possibile a coloro che vivono (per dirla con le loro stesse parole) in modo inadeguato e impotente nella “storia”, con contenuti mentali programmati e in un rapporto con la natura reso tortuoso dalla presenza di quelle estensioni e astrazioni che sono gli strumenti di lavoro complessi. Una mano che preme un bottone può esercitare un gran potere, ma quella mano non saprà mai di che cosa è capace una mano. Le facoltà inutilizzate si atrofizzano.

La poesia deve cantare o parlare in base all’esperienza autentica. Fra tutti i filoni della tradizione civilizzata che hanno radici nel paelolitico, la poesia è uno dei pochi che possano realisticamente vantare una funzione immutata ed una rilevanza che sopravviverà alla maggior parte delle attività che oggi abbiamo intorno. I poeti, come pochi altri, devono vivere in stretto contatto con il mondo in cui sono immersi i primitivi: il mondo, nella sua nudità, che è fondamentale per noi tutti: la nascita, l’amore, la morte; il puro fatto di essere in vita.

La musica, la danza, la religione, la filosofia, hanno chiaramente radici molto arcaiche: un’origine in comune con la poesia. La religione ha avuto tendenza a diventare una fonte di legittimazione del sistema sociale, uno strumento del potere, anziché un veicolo di brivido liberatorio, di realizzazione e guarigione spirituale. La musica richiede perlopiù troppi strumenti. Il poeta può servirsi della sua sola voce e della sua lingua madre, facendosi strada fra le nebbie cristalline degli stati non verbali più rigorosamente incomunicabili e i coltelli luccicanti, le reti rilucenti del linguaggio.

In una delle scuole del buddhismo Mahayana, si parla dei “Tre Misteri”. Sono il Corpo, la Voce e la Mente. L’essenza stessa della nostra vita. La poesia è il veicolo del mistero della voce. L’universo, come dicono a volte, è un vasto, immenso corpo che respira.

Fra gli artisti, certi scienziati, gli yogi e i poeti, c’è una sorta di consapevolezza mentale che non solo sopravvive, ma modestamente fiorisce nel ventesimo secolo. Claude Lévi-Strauss (Il pensiero selvaggio) non vede problemi in questa continuità: “…non è né il pensiero dei selvaggi, né quello di un’umanità primitiva o arcaica, ma piuttosto il pensiero non domato, in contrapposizione al pensiero coltivato o addomesticato allo scopo di produrre un frutto… Oggi siamo in grado di comprendere che queste due forme di pensiero possono coesistere e interpenetrarsi allo stesso modo in cui (almeno in teoria) le specie naturali, alcune delle quali sono allo stato selvatico e altre trasformate dall’agricoltura e dalla domesticazione, possono coesistere e incrociarsi…che ci piaccia o no, ci sono aree in cui il pensiero selvaggio, come le specie selvatiche, è relativamente protetto. E’ il caso dell’arte, a cui la nostra civiltà riconosce lo status di parco nazionale”.

17Apr

L’incontro con il Gipeto

Ho tentato diverse volte di fotografare bene questo splendido avvoltoio; la Pasqua 2017 a quanto pare è stata propizia. Ero molto indeciso su quale zona puntare dopo aver già provato diverse valli valdostane e la val Zebrù nel parco dello Stelvio; sempre senza grande successo, due avvistamenti in fine settimana consecutivi nella zona di Cogne, nel Parco nazionale del Gran Paradiso ma a forte distanza, tanto che l’animale era decifrabile solo con forti crop.

Con la complicità del disgelo, che favorisce il volo del Gipeto per la ricerca di carcasse, ero indeciso tra due mète; nuovamente la zona di Cogne oppure il versante piemontese del Parco del Gran Paradiso, più vicino a quello della Vanoise nei pressi di Ceresole Reale. La scelta è caduta sulla prima opzione perché la seconda è una zona troppo facile da raggiungere, si arriva in macchina fino al punto dove capita che il Gipeto faccia i suoi volteggi. E’ facile trovare in rete foto in cui si dichiara che l’animale era sopra il parcheggio…

Direzione quindi verso la Valnontey, dove puntualmente vengono vietate agli arrampicatori alcune cascate di ghiaccio per la nidificazione del gipeto; direi a ragione, visto che nel 1913 quando il Gipeto è stato stupidamente estinto a causa probabilmente del suo aspetto luciferino, i cascatisti non esistevano… Per fortuna in questo periodo le cascate non sono più percorribili comunque, le urla degli arrampicatori non disturbano solo la coppia di avvoltoi…

Partenza presto e arrivo prima delle sette e mezza; temperatura prossima allo zero. Sulla strada pianeggiante che porta in fondo alla valle mi raggiunge e supera il mezzo del guardiaparco; qualche scoiattolo a metà tra l’incuriosito e lo spaventato fugge saltando tra i rami dei larici.

Per ora lo strato di neve ancora spesso tiene; mi fermo indeciso se indossare le mie snowshoes canadesi e lo sguardo spesso rivolto al cielo coglie finalmente il volo che cercavo. Un Gipeto sta sorvolando la cresta appena illuminata dal sole, la percorre più volte avanti e indietro e riesco quindi a fare qualche foto ambientata. E’ impressionante l’eleganza con cui sfiora le cime dei larici e le rocce senza battere le ali. Dopo che il primo si è allontanato eccone un secondo; vuol dire che se la coppia vola insieme il piccolo dell’anno è già nato, altrimenti uno dei due sarebbe a covare. In effetti il periodo è propizio, l’anno scorso è nato a marzo…

Già soddisfatto dell’avvistamento decido di proseguire, racchette da neve in silenzioso legno di frassino americano ai piedi, risalgo il pendio evitando le tracce degli scialpinisti. Raggiunto un bivio e fermatomi a valutare il percorso, vedo nuovamente il volo teso di un Gipeto che attraversa la valle verso di me. Cerco di mettere a fuoco ma la macchina non ne vuole sapere; mi accorgo di avere lasciato il selettore dell’obiettivo sulla messa a fuoco completa, la sposto su quella per i soggetti distanti ma ormai ho perso l’attimo… Ma se come prima ci fosse un va e vieni? Infatti eccolo tornare, mi volteggia sopra la testa a una quarantina di metri, inquadro e scatto, sperando che questa volta sia tutto a posto… Era incuriosito da me, capito che non ero interessante via verso il bosco a una quota di volo comunque bassa.

Ancora emozionato per l’incontro penso alla maestosità di questo animale, all’ignoranza di chi lo ha estinto e alla riuscita dell’impegnativa reintroduzione, con esemplari riprodotti in cattività a Innsbruck e poi portati al nido e seguiti dagli addetti quotidianamente fino all’indipendenza. Uno sparviere attraversa il cielo azzurro, le cince fanno chiasso sui rami dei larici, provo a sistemarmi per osservare con il cannocchiale le pareti per cercare il nido ma trovo solo qualche femmina di stambecco.

Sulla via del ritorno le racchette da neve sono ora fondamentali, senza si sprofonda con tutta la gamba; perdo il sentiero nel bosco e a un tratto il balzo di una lepre variabile ancora bianca mi coglie di sorpresa. Riesco a fotografarle solo le orecchie.

Finalmente al bar del parcheggio una birra e una fetta di torta, la simpatica proprietaria mi dice che il piccolo in effetti è già nato, un fiocco rosa sulla bacheca lo testimonia. La strada lungo il torrente, almeno nella parte bassa, è ora frequentata da molta gente, purtroppo qualche cane non al guinzaglio; i camosci abituati al movimento non se ne curano, io la mia parte di wilderness per oggi l’ho avuta…

22Mar

Walter Bonatti – estratto da “In terre lontane”

(…)E la tigre? Che ne è della “mia” tigre? Solo adesso mi do conto di aver dimenticato completamente la tanto inseguita fiera striata. Potrebbe anche essere qui sotto, poco lontana. Si sarà forse rintanata con l’avvicinarsi del suo periodo amoroso, o più semplicemente avrà deciso di finire il gioco a rimpiattino con me, l’intruso?

Per avvicinarla ho fatto cose incredibili, persino biasimevoli qualche volta. L’ho inseguita nella giungla, aspettata al varco nelle radure, spiata dall’alto degli alberi, e tutto questo per quaranta giorni consecutivi. Ma è stato inutile. Si è rivelata di un’astuzia davvero insospettabile. Però non ha mai tentato di assalirmi nonostante la sua fama di animale subdolo, aggressivo e di fredda ferocia. Devo dire che si è limitata soltanto a “sopportarmi”, quasi sdegnando un contatto diretto. Insomma è stata proprio come una gran dama. In fondo, l’insidia che io mi ero aspettato da lei, è stata invece proprio lei a riceverla da me, in forma di assillante assedio. Un essere cosiffatto non può che suscitare grande simpatia e massimo rispetto.

Parlando di un animale e dei suoi atteggiamenti si tende sempre, purtroppo, ad affibbiargli la limitazione dell’istinto, inteso come tendenza di ordine fisico-biologico e non di attitudine psicologica, dunque come fatto soltanto meccanico cui obbedire rimanendone quasi estraneo. Ma a dire il vero a me è sembrato invece che la tigre, sfuggendo al mio accerchiamento nel modo raccontato, abbia dimostrato di possedere un’autentica capacità di analisi. L’intelligenza e la sensibilità dunque non sarebbero soltanto prerogativa dell’uomo. Riferendomi ancora alla mia esperienza particolare, e fors’anche per quella mia recuperata parte di animalità, credo di essere giunto più di una volta a identificarmi nella tigre; deduco quindi che sia piuttosto limitato quell’abisso che starebbe a dividere l’uomo dall’animale. Tanto più che quest’ultimo dimostra spesso di intuire con immediatezza anche ciò che l’essere umano non arriva ad intendere, o almeno è assai lento a decifrare. Un animale superiore com’è la tigre sa, ma forse non sa di sapere; però capta assai bene il senso delle cose, questo io l’ho riscontrato. Potrebbe dunque possedere consapevolezza ed autocoscienza? Ho visto gente inorridire a quest’idea, gente che umanizza il proprio gatto snaturandolo, ma nel contempo ritiene che il sapere di un animale superiore stia scritto soltanto nell’istinto e nel vento, che tutto a lui racconta. A gran fatica costoro accettano che per un animale il mezzo di ricevere e inviare messaggi possa essere in certa misura di ordine extrasensoriale, dunque condotto su canali e con rapidità differenti rispetto ai nostri; ma dir loro che questi animali, pur governati da esigenze e comportamenti diversi dai nostri, possano provare anche qualche sentimento primario fondato sull’emozione, ebbene è un anatema. Eppure, sebbene non condivida il criterio di umanizzare un animale snaturandolo, a me è proprio sembrato che di emozioni nella “mia” tigre ne siano emerse più di una. Dopotutto, a darmene l’impressione, non potrebbe essere stata la medesima emotività da me adottata?

(…)L’affascinante avventura di spingermi nel mondo della sensibilità animale sta così per concludere un altro suo capitolo. Nell’esperienza appena fatta ho inoltre conosciuto ancor meglio l’incanto e la dignità della natura, la meraviglia della libertà. Condizioni, queste, già possedute dall’uomo, e poi perdute, che riportano all’origine delle cose e ricollegano agli antichi comuni valori. A ripropormi la lezione e impartirmene l’insegnamento è stato, questa volta, proprio il simbolo stesso della libertà selvaggia: la tigre.

19Mar

Biancone Day 2017

Dopo un  sabato adrenalinico passato aiutando un amico a tirar giù un castagno in tree-climbing una domenica tranquilla in un ambiente diverso dalle Alpi ci voleva, quindi perché non partecipare con l’amico ed esperto Claudio ad un appuntamento adocchiato da anni ma sempre rimandato? Ad Arenzano, al Parco del Monte Beigua, c’è stato il Biancone Day, giornata in cui si spera di vedere un certo numero di rapaci in migrazione.

Si spera perché non è così scontato; l’anno scorso a quanto pare pioveva e quest’anno siamo saliti al Centro Ornitologico del parco circondati da una compiacente nebbiolina. La vegetazione mediterranea, le rocce e la nebbia ricordavano i dipinti cinesi, ma c’è una certa incompatibilità a distinguere un rapace bianco su sfondo bianco, soprattutto se tra l’osservatore e lui è ancora più bianco… Resta il fatto che la migrazione dura mesi, ma a volte a smuovere la pigrizia a fare un po’ di chilometri servono le giornate organizzate.

Al Centro Ornitologico ci ha accolti Gabriella, una ragazza appassionata, preparata e gentilissima, incaricata di accogliere i visitatori della mostra fotografica allestita in una sala ed accompagnare i partecipanti ai punti di osservazione fornendo spiegazioni sul fenomeno della migrazione. Piuttosto sconsolata per la giornata all’apparenza poco adatta, ci ha comunque dato delle dritte utili a posizionarci nei punti migliori per cercare di evitare le nuvole basse e capire se i rapaci avrebbero volato sotto o sopra di esse… Alla peggio mi sarei accontentato di fotografare una delle sue ottime foto spacciandola per mia…

Intanto davanti al Centro Ornitologico un gruppo di Tordi bottacci cercava cibo tra il terreno rivoltato dai cinghiali. Sono rimasto sorpreso dal fatto che i Bianconi non risalgano la penisola come mi aspettavo; a quanto pare non amano i lunghi tragitti con il mare sotto di loro, quindi preferiscono arrivare in Europa dall’Africa attraverso lo stretto di Gibilterra ed evitare i 145km tra Africa e Sicilia. Così aumentano il viaggio anche di 2000km ma i gusti sono gusti e non si discutono…
Attraverso il monitoraggio di alcuni esemplari, tra cui uno battezzato Egidio, è stato possibile tracciare il percorso di migrazione.
Tra l’altro oltre ai Bianconi c’erano anche altri rapaci, nella foto qui sotto appunto un Falco di Palude, tra i più numerosi. Inutile dire che aspettavo la conferma delle specie da parte dei più esperti; io di solito prima fotografo e poi riconosco grazie a immagini o libri; invidio chi grazie alla passione di anni riesce a distinguere le specie a colpo d’occhio o d’orecchio.

Abbiamo visto in contemporanea fino a 14 rapaci volare insieme, ma tutti in una foto non ci stavano…

E finalmente il protagonista della giornata; in volo da ovest verso est, apparivano dal nulla tra le nuvole e scomparivano in dissolvenza. Diretti nelle regioni dell’Italia centro meridionale, osservati al cannocchiale davano l’idea di non stancarsi mai, con il loro volo possente e sicuro. In realtà è un viaggio molto faticoso, in cui mangiano poco o nulla. Chissà se la coppia che viene a nidificare vicino alla zona dove vivo passerà da lì? Fino ad oggi avevo visto il Biancone solo un paio di volte, malgrado i numerosi tentativi di avvicinarlo.

Scesi infine al mare, la piacevole sorpresa di una coppia di Marzaiole, anche loro in arrivo dal deserto del Sahel come i Bianconi, ma forse con un tragitto più breve…

12Mar

Opportunismo

A fine inverno, sia pur avaro di precipitazioni, molte strade sterrate intorno ai 1200m sono ancora parzialmente innevate; affrontarle in mountain bike vuol dire dover pedalare anche in discesa, con i rapporti minimi e la prontezza a saltar giù ogni qual volta la ruota anteriore affonda troppo…
Ma ne è valsa la pena… A pochi minuti dalla partenza il piacevole incontro con una coppia di amici ed i tre cani di lei, fino ad ora solo virtuali e finalmente conosciuti di persona; poi via verso una zona piuttosto isolata, con la speranza di trovare qualche palco di cervo visto il periodo propizio e la disillusione di fare foto a qualche selvatico a causa dell’orario avanzato e della giornata comunque calda.

Avvicinarsi alla mèta ha richiesto il doppio della fatica rispetto a farlo a piedi, ma per fortuna la metà del tempo. Posata la bicicletta una coppia di aquile mi da il benvenuto alta nel cielo; ma sono due caprioli a cogliermi di sorpresa a pochi metri dal sentiero con una fuga agile e breve; il maschio ha ancora il velluto…

Poi mentre tolgo uno strato di vestiario, ecco muoversi qualcosa di più grosso; un cervo in pieno giorno che attraversa il pendio sopra di me e scompare in un boschetto di betulle; è giovane ed ha ancora il palco che tra poco perderà; trofeo di poche pretese ma resta un bell’avvistamento, raro in piena luce fuori dal periodo degli amori; foto intera in copertina.

Visto che il telefono è rimasto in auto e non so che ora sia, il sole mi dice che il tramonto è vicino, ritorno in bicicletta, di palchi a terra neanche l’ombra. Dove prima si scendeva pedalando ora si sale spingendo; la neve non regge più il peso e si sprofonda un po’ di più…
Nei brevi tratti pedalabili i giochi si invertono; anni fa mi era capitato di veder ripercorsa la mia traccia degli sci da fondo da un grosso canide, probabilmente il lupo: il suo opportunismo sfruttava la neve battuta in modo da non affondare e non faticare.
Stavolta ho fatto lo stesso con le sue tracce, belle evidenti ed in fila, perfette per essere sfruttate dalle gomme della mountain bike ed evitare le zone dove gli accumuli frenavano la spinta. E ad un tratto ecco la conferma; nei pressi di un bivio qualcosa che all’andata non c’era; l’avrei vista sicuramente…

Dimensione, presenza di peli e quantità non lasciano molti dubbi; le tracce erano quindi fresche, così come gli escrementi; la strada non ancora percorribile dai mezzi a motore probabilmente lo lascia tranquillo e indisturbato a muoversi in pieno giorno…Io non ho visto lui, ma penso che lui abbia visto me; chissà quante volte è già successo!

02Gen

Un inizio diverso

Erano anni che desideravo passare l’inizio dell’anno per mio conto, vicino alla wilderness, lontano da quegli stupidi atteggiamenti propiziatori che la massa adotta per ingraziarsi il Fato. Fossi io nel Fato, di fronte allo spreco di cibo e alla stupidità dei botti, di fronte al trionfo dei sensi e alla sconfitta dello Spirito, farei un’ecatombe, e la Terra ringrazierebbe.
Sono quindi salito ad un’alpe, in verità dotata di comfort come stufa e camino, e qualche catasta di legno di betulla tra cui scegliere i pezzi da bruciare; un paio di torrenti che scorrono a poche decine di metri forniscono l’acqua e il giusto sottofondo naturale ad un silenzio memorabile.

Il punto di questa esperienza è vedere come lavora la mente: ad una decina di chilometri da rifugi e baite abitate, con strade ghiacciate per arrivare, comodamente percorse dal lupo con il suo passo lungo e rettilineo. Il telefono che a tratti si collegava alla rete internet ma su cui non si può contare se non per un augurio ad un caro amico nel lontano Messico; costringono la mente a muoversi in modo più istintivo. Già il collegamento tra cervello e gambe deve funzionare; quello tra cervello e braccia mi ha piacevolmente stupito. Prima accendere la stufa con rametti recuperati a terra, poi dalla stufa passare al camino, fumo negli occhi e vestiti impregnati; candele per illuminare. Acqua presa dal torrente per cucinare una zuppa, vino nel thermos, sapeva un po’ di the… Null’altro che la vita che fanno i margari tutti i giorni, ma per un cittadino prestato alla montagna un po’ di valore c’è.

Un libro di Jim Harrison su un lettore di ebook, l’odiata tecnologia è un buon aiuto nello studio dell’inglese e nell’alleggerire lo zaino, dove restano inutilizzati il fornelletto in titanio e la tenda in gore-tex. Guarda caso “The Farmer” dove si racconta di un mio quasi coetaneo che ama cacciare e la vita agreste, alle prese con due donne che lo tormentano; alla festa per l’ultimo dell’anno quasi non si accorge dell’arrivo della mezzanotte, e così ho fatto io, sdraiato nel sacco a pelo sul tavolato in legno, ho salutato l’anno con un quarto d’ora di ritardo…
Notte fredda; pochi gradi sotto… Partito senza aver fatto colazione, Nick Chevotarevich approverebbe, riesco a sorprendere un cervo maschio nella ben augurante mattina del primo giorno di gennaio; per lui non cambia nulla, si nasconde tra le betulle. Qualche camoscio in alto e il sole che dipinge di rosa le cime innevate. Leggo il libro del bivacco, emozioni vere mischiate a chi da verbo all’ebbrezza, poi un po’ di pulizie per non togliere le stesse emozioni ai prossimi passeggeri e via verso il ritorno… Inverno caldo ed avaro di avvistamenti, qualche lucherino, corvi, tre caprioli e le chiassose ghiandaie. Pausa e lunga chiacchierata al più vicino rifugio con gli amici gestori e ritorno col buio, Orione è lì davanti ad indicare la direzione in mezzo alla neve; in girum imus nocte et consumimur igni

Eheh, se vuoi scaricare la foto chiedi al webmaster, oppure prova con uno screenshot ;-) Ma il copyright c'è comunque!