Erano anni che desideravo passare l’inizio dell’anno per mio conto, vicino alla wilderness, lontano da quegli stupidi atteggiamenti propiziatori che la massa adotta per ingraziarsi il Fato. Fossi io nel Fato, di fronte allo spreco di cibo e alla stupidità dei botti, di fronte al trionfo dei sensi e alla sconfitta dello Spirito, farei un’ecatombe, e la Terra ringrazierebbe.
Sono quindi salito ad un’alpe, in verità dotata di comfort come stufa e camino, e qualche catasta di legno di betulla tra cui scegliere i pezzi da bruciare; un paio di torrenti che scorrono a poche decine di metri forniscono l’acqua e il giusto sottofondo naturale ad un silenzio memorabile.

Il punto di questa esperienza è vedere come lavora la mente: ad una decina di chilometri da rifugi e baite abitate, con strade ghiacciate per arrivare, comodamente percorse dal lupo con il suo passo lungo e rettilineo. Il telefono che a tratti si collegava alla rete internet ma su cui non si può contare se non per un augurio ad un caro amico nel lontano Messico; costringono la mente a muoversi in modo più istintivo. Già il collegamento tra cervello e gambe deve funzionare; quello tra cervello e braccia mi ha piacevolmente stupito. Prima accendere la stufa con rametti recuperati a terra, poi dalla stufa passare al camino, fumo negli occhi e vestiti impregnati; candele per illuminare. Acqua presa dal torrente per cucinare una zuppa, vino nel thermos, sapeva un po’ di the… Null’altro che la vita che fanno i margari tutti i giorni, ma per un cittadino prestato alla montagna un po’ di valore c’è.

Un libro di Jim Harrison su un lettore di ebook, l’odiata tecnologia è un buon aiuto nello studio dell’inglese e nell’alleggerire lo zaino, dove restano inutilizzati il fornelletto in titanio e la tenda in gore-tex. Guarda caso “The Farmer” dove si racconta di un mio quasi coetaneo che ama cacciare e la vita agreste, alle prese con due donne che lo tormentano; alla festa per l’ultimo dell’anno quasi non si accorge dell’arrivo della mezzanotte, e così ho fatto io, sdraiato nel sacco a pelo sul tavolato in legno, ho salutato l’anno con un quarto d’ora di ritardo…
Notte fredda; pochi gradi sotto… Partito senza aver fatto colazione, Nick Chevotarevich approverebbe, riesco a sorprendere un cervo maschio nella ben augurante mattina del primo giorno di gennaio; per lui non cambia nulla, si nasconde tra le betulle. Qualche camoscio in alto e il sole che dipinge di rosa le cime innevate. Leggo il libro del bivacco, emozioni vere mischiate a chi da verbo all’ebbrezza, poi un po’ di pulizie per non togliere le stesse emozioni ai prossimi passeggeri e via verso il ritorno… Inverno caldo ed avaro di avvistamenti, qualche lucherino, corvi, tre caprioli e le chiassose ghiandaie. Pausa e lunga chiacchierata al più vicino rifugio con gli amici gestori e ritorno col buio, Orione è lì davanti ad indicare la direzione in mezzo alla neve; in girum imus nocte et consumimur igni

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