Nel libro “La Grana delle Cose” viene posta la domanda a Gary Snyder:

– Una volta hai parlato di una tua sensazione intuitiva che la caccia possa essere all’origine dello zazen e del samadhi.

La sua risposta: -Oggi capisco ancor più chiaramente di quando scrissi quelle cose che i nostri più antichi modi di guadagnarci da vivere , le nostre più antiche tradizioni di vita precedenti all’agricoltura, richiesero letteralmente migliaia di anni di grande attenzione e concentrazione, lunghissime ore di immobilità. Un antropologo, William Laughlin, ha scritto un bellissimo articolo sulla caccia come educazione per i bambini. Il primo problema che si pone è come mai i cacciatori primitivi non avessero strumenti migliori di quelli che avevano. L’arco degli indiani americani non tirava più di venti chili e sembrava un giocattolo. Facevano tante altre cose estremamente bene, costruivano case di 40 metri di diametro, grandi pali totemici, barche di ottima fattura. Perché allora sembrano presentare questa debolezza nella tecnologia della caccia? La risposta è semplice: non cacciavano con gli strumenti, cacciavano con la mente. Facevano cose che rendevano superflui gli strumenti: apprendevano il comportamento degli animali.

Per imparare il comportamento degli animali, bisogna diventare dei veri osservatori, bisogna penetrare nella mente degli animali. E’ per questo che nei riti e nelle cerimonie che si ritrovano in tutto il mondo fin dai tempi più antichi, la componente chiave della cerimonia è il mimo animale. Il mimo è l’espressione spontanea della capacità di identificarsi completamente con l’animale, sul piano fisico e psichico, dimostrando di conoscerne intimamente i modi di fare e le abitudini. Ancor più interessante: in una società di cacciatori-raccoglitori si apprende il paesaggio multidimensionalmente, come campo piuttosto che come linea retta. Noi americani ci spostiamo esclusivamente lungo le strade, lungo il percorso prestabilito fra un punto A e un punto B. Le cose che vogliamo ci appaiono tutte situate al termine di questo o quel percorso lineare. Questa tendenza era già presente nelle società neolitiche, in cui i villaggi erano collegati fra loro da linee. In una società in cui tutto proviene dal terreno, invece, il paesaggio è memorizzato con tutte le sue pieghe e le sue dimensioni: si sa che laggiù c’è l’asclepiade per fare la colla e lo spago, più oltre, di là dal colle, c’è il posto dove le antilopi vanno a bere… Questo significa percepire il mondo come campo. Tutto questo partecipa della qualità del samadhi.

Più precisamente,  certi tipi di caccia esigono che si penetri a fondo nel movimento-coscienza-mente-presenza degli animali. Come dicono gli indiani: “Caccia l’animale che viene da te”. Ho visto vecchi indiani arpionare il salmone sul fiume Columbia, in piedi  su un’asse gettata sopra una cascata scrosciante. Riuscivano a stare immobili per venti o trenta minuti stringendo la picca e poi di colpo, eccoli con un salmone in mano! Una pazienza così!

Sto solo cercando di riflettere su quelle che possono essere le radici biofisiche, evolutive della meditazione e della pratica spirituale. Ne sappiamo molto di più di quanto si pensi. Sappiamo che le pratiche del digiuno, della solitudine, dell’immobilità come parte dell’addestramento dello sciamano sono un dato universale. Tutte queste possibilità sono state senza dubbio sfruttate per decine di migliaia di anni, hanno fatto parte integrante dei processi di apprendimento.

 

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